Biografie

Pepi Morgia

Il Festival della Canzone Italiana compie 60 anni e, per festeggiare questo avvenimento, ho voluto realizzare una mostra interattiva, che ripercorresse la storia non solo della gara, ma anche della società: non un semplice elenco di canzoni, vincitori e vinti, presentatori e vallette, ma anche i cambiamenti e l’evoluzione dei costumi del paese.
Il Festival inteso come un’opera d’arte da scoprire ed ammirare nei suoi numerosi frammenti, attraverso le sue curiosità e gli oggetti dimenticati.

Nel Museo della Canzone della Fondazione Erio Tripodi si trovano moltissime tracce e ricordi delle canzoni e dei protagonisti della gara insieme alle baruffe, scandali, polemiche e contestazioni, che ne hanno caratterizzato lo svolgimento fin dal primo anno.
Il materiale esposto proviene in gran parte da questo prezioso museo, dove Erio, il suo fondatore, ha raccolto moltissimi materiali: fotografie, autografi, dischi, spartiti, contratti, lettere, locandine, bozzetti di scenografie e microfoni utilizzati nelle diverse serate.

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Vincezo Mollica

Raccontare il Festival di Sanremo come se fosse un'opera pop o meglio di quella pop art che spesso ci ha fatto capire più di tante altre espressioni il senso o il non senso della nostra contemporaneità.

Non ci aveva pensato mai nessuno di mettere in piedi una mostra per raccontare il Festival della canzone italiana, attraverso momenti e curiosità, oggetti e feticci, che restituissero il valore artistico e popolare, senza dimenticare l'evoluzione del costume, che si specchia in questa manifestazione, non a caso citata come esempio perfetto di pop art.

Così Pepi Morgia ha pensato la sua mostra sul Festival, come se stesse esponendo dei quadri concettuali sui sessant'anni di storia passati, in totale libertà, senza cadere nel tranello dei facili didascalismi o peggio ancora in quello degli archivi polverosi che vengono aperti.

Tutto quello che è stato vive senza tempo nella mostra di Morgia, tutte le canzoni risuonano come se fossero state scritte oggi, tutti i cantanti cantano come in un inesauribile presente.
I migliori trucchi che ci regala la memoria sono proprio quelli in cui ci fa perdere la cognizione del tempo, in cui ci stordisce di emozioni, cancellando le parole passato, presente e futuro.

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Alfredo Moreschi

Gli anni che ho sulle spalle mi hanno permesso, ventunenne e baffuto per sembrare più adulto, di esserci stato e di aver documentato se non i primissimi momenti, i passi successivi dell’avventura canora più contestata ed amata d’Italia; di aver varcato la soglia del camerino di Nilla Pizzi e di averla ritratta mentre un’avvenente produttrice floricola le offriva un mazzo di sgargianti papaveri prodotti nella sua azienda di Ventimiglia e battezzati “Nilla” per l’occasione.

Correva l’anno 1952.
L’entusiasmo in sala era ancora quello di una consueta serata nel Giardino d’inverno con gli ospiti compassati e seduti ai tavolini come un normale galà, impazienti di veder sorgere al centro sala la pedana pneumatica sulla quale perdersi nelle danze.

Del resto, a Sanremo, in quel periodo, il Festival della canzone era solo uno dei tanti eventi prestigiosi pubblicizzati con questo esotico titolo perchè si teneva un importante Festival del Jazz, un prestigioso Festival mondiale della Gastronomia ed un Festival della Moda maschile.

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Dario Fò

A noi non interessava contestare i cantanti o le canzoni, ma soprattutto il contesto culturale del festival.
Da quella contestazione prese il via anche in Italia l’affermazione di una nuova idea della figura del cantore e dell’autore, che canta spesso con la sola chitarra e si muove nell’ambito della grande tradizione musicale internazionale, dai Beatles in avanti.

La nostra è stata una iniziativa molto importante e soprattutto collettiva, perché insieme a noi si sono mossi centinaia di giovani, autori e musicisti diversi
. Il luogo dove si svolse la manifestazione era un luogo veramente metafisico: Villa Ormond, una sorta di palestra con grandissime vetrate e situata all’interno di un parco meraviglioso dove si coltivavano fiori e frutta tropicali.

Ci sembrava di essere in una grande serra, dove insieme a tutti i numerosi partecipanti abbiamo provato momenti di grande preoccupazione per il timore dello scoppio di un ordigno, che avrebbe rotto i vetri e causato una pioggia di frammenti su tutti coloro, che si trovavano all’interno, e con conseguenze gravissime.
Dentro eravamo davvero tanti, stipati all’inverosimile.
Moltissime persone, che con coraggio sfidarono quella paura, mosse dalla consapevolezza di scardinare una mentalità ed un luogo comune della musica: si stava entrando in un altro spazio ed un altro tempo.

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Giampiero Moretti


I primi Festival li ho seguiti da bambino e poi da ragazzino. Quando Modugno cantava “Volare” avevo 10 anni.
Sanremo era diversa da oggi, era davvero una città vivibile, con un turismo d'elite, bella gente, elegante.
Poco traffico, il Casinò mi sembrava un'icona di ricchezza, un luogo lontano dai miei pensieri di bambino.
Nei negozi i 45 giri con le canzoni del Festival andavano a ruba. Ricordo ancora il prezzo: 850 lire.

Mi sono reso conto dell'importanza del Festival, del suo richiamo mediatico e della sua reale ricaduta economica e turistica sulla città, qualche anno dopo. Ero in caserma a Treviso. Militare in un aeroporto operativo della Nato.
Nei tre giorni del Festival il comandante diede disposizioni affinché la mensa venisse attrezzata per permettere a noi avieri – eravamo più di mille - di poterlo vedere in diretta.

Era il 1969.
Quello stesso anno ci ritrovammo tutti in mensa una seconda volta.
Eravamo stati autorizzati per poter assistere ad un evento storico ed eccezionale: lo sbarco sulla luna. Festival e conquista della luna da parte dell'uomo.
Due momenti, certamente diversi per importanza, ma comunque almeno per noi avieri, legati, sia pure indirettamente, da un comune denominatore: la mensa trasformata in una sala Tivù. L'anno successivo, il 1970, ha coinciso con il mio battesimo festivaliero.

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